Le riflessioni di Aurelio Bernardi, già sindaco di Pinerolo, e del deputato Giorgio Merlo I valori che fanno la differenza

Di tanto in tanto, anche dopo una tornata di elezioni amministrative, come quella che abbiamo avuto, riemerge tra i cattolici un po’ impegnati, la questione della loro unità per difendere “valori non negoziabili” e, nel contempo, si rileva la loro poca incisività nella varie formazioni politiche in cui sono dispersi. Certo, è finita l’epoca delle ideologie che orientavano le scelte anche amministrative, ma pensare che bastano buoni tecnici ed esperti volenterosi per dar vita a progetti e programmi è un grave errore. Intanto perché amministrare non significa solo tenere in efficienza l’esistente, ma anche ricercare soluzioni nuove per i problemi del passato e guardare al futuro, avendo ben presente quale tipo di società si intende costruire e per quale sviluppo si intende lavorare. Questo significa possedere una visione politica che troppo spesso oggi viene snobbata e così, alla politica dei valori si sostituisce quella dei desideri individuali, per cui si ritiene che avere un desiderio equivalga ad avere un diritto. Ridare senso vero alla politica significa riscoprire le radici culturali che la orientano. Questo problema si pone anche al cattolicesimo democratico che attraverso le varie espressioni del popolarismo è la traduzione laica del pensiero sociale cristiano interpretato nella realtà storica che si vive. È certamente indispensabile per un cattolico la testimonianza e la coerenza personale quando aderisce ad una formazione politica o ha un mandato elettivo, ma nella società democratica occorre anche aggregare queste testimonianze, affinché abbiamo un peso reale e possano creare attorno ad esse consensi o almeno correnti di opinioni capaci di influenzare le decisioni. Certo non dobbiamo stupirci se in una società ormai secolarizzata, i cristiani saranno sempre più chiamati a fare l’obiezione di coscienza. Non è più il tempo di un partito di ispirazione cristiana. Ma se non esistono momenti e luoghi d’incontro e di confronto per approfondire insieme i temi fondamentali che stanno alla radice delle scelte, se non si fa conoscere la cultura sociale cristiana alle nuove generazioni, questo pensiero sociale resterà archiviato nei trattati di teologia o di sociologia senza alcuna incidenza nella storia. Occorre infine ricordare che in democrazia non è il numero che di per sé rende buona una legge, ma è il riferimento ai valori che essa traduce e quindi la condivisione dei cristiani o il dissenso su alcuni temi non è secondario e questo vale non solo per Roma, ma anche per il pinerolese.
Aurelio Bernardi

Per una “nuova classe dirigente”

«Una nuova generazione di cattolici. È utile per l’Italia». È questa la richiesta, sempre più esplicita, che emerge dalla Chiesa quando parla della politica italiana. Lo dice il Papa, lo ha detto il cardinal Bagnasco a nome della Cei e lo ripete spesso anche l’organo dei vescovi italiani, “Avvenire”. Ora, l’autorevole richiamo della Chiesa italiana, com’è ovvio, non può passare sotto silenzio. Anche perché tocca un nervo scoperto che deve essere affrontato e che interpella direttamente la politica italiana, l’intero laicato cattolico e, in particolare, coloro che coltivano la vocazione all’impegno pubblico anche all’interno dell’associazionismo cattolico giovanile. Non è un mistero, del resto, che dopo la quarantennale esperienza della Democrazia Cristiana, seppur percorsa tra molte contraddizioni, la presenza politica dei cattolici si è appannata e si è impoverita. Certo, oggi registriamo un crescente e ormai diffuso pluralismo politico dei cattolici italiani. Nessuno, giustamente, lo mette più in discussione e nessuno, credo, pensa di ritornare al passato riproponendo formule e modelli ormai storicamente superati. Ma il problema, come sottolinea la Chiesa, non è quello di dar vita ad un “partito confessionale” o ad un “movimento identitario”. Semmai, si tratta di creare le condizioni affinché una “nuova generazione di cattolici” si imponga nel dibattito politico e contribuisca, direttamente, a condizionare le scelte politiche dell’intero paese. Una generazione che può tranquillamente fare scelte politiche e partitiche diverse, ma comunque accomunata dalla volontà di convergere attorno a valori e principi che da sempre caratterizzano la presenza politica dei cattolici. Sarà poi compito della contingenza politica valutare se questa generazione di cattolici si riconosce nella medesima formazione o se farà scelte diverse. Ma almeno su due aspetti è necessario fare chiarezza. Innanzitutto come “formare” la nuova generazione di cattolici. Alcune diocesi, nel passato, avevano dato vita a delle “scuole di formazione alla politica”. Sarebbe auspicabile che venisse ripresa quella esperienza. È indubbia, infatti, una crescente domanda di politica tra le nuove generazioni. Una domanda di politica che nasce da esigenze concrete, a volte drammatiche perché dettate dalla grave e perdurante situazione esistenziale. Ma la voglia di ritornare all’impegno politico, alla militanza, alla voglia di dare risposte alle domande che salgono dalla società ormai è palpabile. E se permane ancora un rifiuto dei partiti come strumenti essenziali di partecipazione democratica e di raccolta del consenso elettorale, occorre far sì che quella domanda di politica non subisca un arretramento o un riflusso qualunquistico o, peggio ancora, una deriva demagogica e populista. Non credo che la risposta a questa domanda di politica passi attraverso la riscoperta dell’estremismo verbale, del qualunquismo demagogico che degenera spesso e volentieri nella violenza politica. La formazione culturale resta, pertanto, decisiva ed essenziale. E se i centri formativi tradizionali si sono progressivamente assottigliati, se non del tutto scomparsi, è pur vero che quando mancano le munizioni culturali che arrivano dalle retrovie è difficile continuare la battaglia in prima linea. E cioè, fuor di metafora, se dal retroterra dell’associazionismo cattolico, vasto e articolato, non arrivano indicazioni culturali ed ideali sarà sempre più difficile contare una classe dirigente cattolica e democratica autorevole, preparata e capace di confrontarsi con altre tradizioni culturali e politiche. E le “scuole di formazione alla politica” possono rivestire un’importanza non secondaria per dar vita ad una nuova classe dirigente politica. In secondo luogo, è anche opportuno sottolineare che, nel rispetto delle legittime scelte politiche dei singoli, la presenza politica dei cattolici nei vari partiti non può ridursi ad essere di mera testimonianza o di pura vetrina. Una tradizione politica, in questo caso il filone del cattolicesimo politico popolare sociale, è credibile se non disperde la sua originalità all’interno dei vari partiti. Sia esso nei partiti “plurali”, dove cioè convivono più tradizioni culturali sia nei partiti ancora “identitari”, dove prevale una sola tradizione culturale. Ma la convergenza, laica e non confessionale, dei cattolici democratici nei vari partiti è la ragione politica per far sì che una tradizione culturale non si riduca al ruolo di semplici “indipendenti” all’interno dei vari contenitori. Al di là di questa considerazione, resta aperto il tema della formazione e della nuova generazione dei cattolici nella politica italiana. E questo, quindi, sia per rispondere alla nuova domanda di politica e sia per cogliere quel rinnovamento e quel cambiamento sempre più impellente. Il tutto nel rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e nel rinnegamento di qualsiasi forma di confessionalismo e di integralismo. Ecco perché l’invocazione della Chiesa italiana è giusta e calzante. E la “nuova generazione di cattolici in politica” può essere la risorsa decisiva per riprendere, e declinare, quella “cultura del comportamento” e quella “cultura del progetto” che Pietro Scoppola non si stancava di ricordare ogniqualvolta parlava della presenza politica dei cattolici italiani. Una sfida che va raccolta sino in fondo con forza e con umiltà.

Giorgio Merlo Alcide De Gasperi impegnato in un comizio