29 giugno 2016

Per capire cosa stia succedendo dopo l’esito del referendum inglese, e provare a indovinare quello che capiterà, è bene tenere d’occhio contatti e incontri che hanno preso il via poche ore dopo l’esito del referendum inglese lo scorso 23 giugno.

Già nelle prime ore del “day after”, il 24 giugno, erano bollenti le linee telefoniche tra i governi europei e le Istituzioni comunitarie, sovraccariche quelle della Cancelleria a Berlino, della Banca centrale a Francoforte, sollecitate quelle dell’Eliseo a Parigi e di Palazzo Chigi a Roma, più tranquille quelle di Madrid, impegnata in una difficile vigilia elettorale.

Luoghi che disegnano un nuovo triangolo tra Germania, Francia e Italia in attesa che si formi, se possibile, il nuovo governo spagnolo e che si esprimano le Istituzioni a Bruxelles e a Strasburgo. Come si vede, un paesaggio in parte nuovo, dove all’asimmetrico asse franco-tedesco si sta agganciando l’Italia, riunendo così i tre principali Paesi fondatori della prima Comunità europea e mettendo ulteriormente ai margini la Commissione europea.

Si è cominciato subito con un incontro a Parigi tra il presidente François Hollande e Matteo Renzi, cui ha fatto seguito a Berlino la riunione dei ministri degli esteri dei sei Paesi fondatori, in preparazione dell’incontro di lunedì 27 a Berlino tra Angela Merkel, François Hollande, Matteo Renzi e Donald Tusk, ininfluente presidente del Consiglio europeo. Subito dopo è stata la volta del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo a Bruxelles, all’indomani della riunione della Banca centrale in Portogallo. Nel frattempo ha fatto un salto in Europa anche John Kerry, Segretario di Stato USA, per testimoniare l’interesse e le preoccupazioni di Obama per lo strappo britannico.

Intanto una prima intesa si è registrata a Parigi tra Hollande e Renzi per un rilancio rapido del processo di integrazione da avviare entro i prossimi sei mesi, a partire dai nodi dell’economia e dei flussi migratori, non perdendo tempo nella complessa procedura di divorzio dalla Gran Bretagna. Una posizione sostanzialmente condivisa dai ministri degli esteri dei sei Paesi fondatori, compreso dal ministro degli esteri tedesco, il social-democratico Frank-Walter Steinmeier, più vicino per l’occasione al falco Wolfgang Schaueble che non alla sua Cancelliera, la quale ha lasciato chiaramente trapelare il suo orientamento a procedere gradualmente e, nei limiti del possibile, con atteggiamento amichevole nei confronti della Gran Bretagna.

Al centro di tutti questi intrecci, due le principali opzioni politiche: quella franco-italiana di liquidare rapidamente la pratica del divorzio e lanciare subito politiche espansive per la crescita, facendo leva sulla flessibilità consentita dalle regole europee e l’opzione tedesca, più guardinga, orientata alla gradualità nella separazione dalla Gran Bretagna e ferma sul rispetto delle regole sul rigore finanziario. Una posizione che lascia intravedere la preoccupazione tedesca di guidare il “recesso” inglese con il massimo consenso possibile tra i 27 e salvaguardare gli interessi economici tedeschi oltre-Manica, in vista delle elezioni federali tra poco più di un anno in Germania.

L’incontro a quattro di lunedì a Berlino ha mandato un primo messaggio ripreso a Bruxelles dal Consiglio europeo: l’esito delle urne inglesi va rispettato, da entrambe le parti, prendendo il tempo necessario per completare il divorzio, ma anche senza tardare troppo. La priorità è investire sul futuro dell’Unione che non può più essere quella di prima: non perché mancherà la Gran Bretagna, ma perché non dovrà mancare il consenso dei cittadini europei al processo di integrazione. Per questo è urgente dare risposte sulla sicurezza interna ed esterna, su economia e coesione sociale, con un occhio di riguardo per i giovani cui vanno proposti programmi ambiziosi.

Ai problemi istituzionali si penserà dopo, prima vengono i cittadini. Era ora.

Franco Chittolina

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