Agensir 16 giugno 2014

Don Gregroriy Semenkov, sacerdote a Kharkiv, racconta che a Sloviansk vivevano 100mila persone ed ora ne sono rimaste appena 5mila. Il ministero degli Interni ha annunciato che le forze di sicurezza ucraine stanno organizzando nel nord della regione di Donetsk, nei pressi di Krasny Liman, un corridoio umanitario per poter permettere ai civili di lasciare le zone.

di Maria Chiara Biagioni

“È un disastro”. Di carattere gioioso e per natura ottimista la voce di don Gregroriy Semenkov è incrinata, appesantita dalla tristezza. Il sacerdote vive a Kharkiv, a 40 chilometri dalla Russia, e la diocesi cattolica latina comprende le città di Donetsk, Lugansk, Mariupol, Sloviansk, martoriate da un conflitto che di giorno in giorno sta prendendo i connotati di un vero e proprio calvario di sangue. Le notizie di don Gregroriy sono un bollettino di guerra.

I cadaveri e la paura di epidemie per il caldo. “Ieri – racconta – è venuta da noi una signora di Donetsk e ci ha raccontato che lì in città la situazione è un disastro. Fermano i pullman, entrano dentro con le armi, fanno uscire gli uomini e li portano via per poi utilizzarli come scudo umano durante gli attacchi. Ha detto che in città e in particolare all’aeroporto è pieno di gente morta e con il caldo hanno paura di epidemie. La città è piena di cadaveri. La signora è venuta a Kharkiv per chiedere il visto per 300 bambini così da portarli via, in Polonia”. Anche un’altra signora di Sloviansk ha raccontato che “mentre scappava e cercava di mettersi al riparo, ha visto che per terra c’era gente morta”. I combattimenti in questa regione ad est dell’Ucraina non cessano: le truppe di Kiev sono riuscite a liberare l’importante città portuale di Mariupol, nella regione separatista di Donetsk. Ma, nello stesso giorno, quarantanove soldati ucraini sono morti mentre erano a bordo di un cargo militare che trasportava truppe e rifornimenti all’aeroporto di Lugansk. Si è schiantato sotto il fuoco della contraerea dei separatisti filorussi. Si tratta della perdita più grave subita dalle forze governative da quando è cominciata l’offensiva militare di Kiev per cercare di sedare l’insurrezione nell’est dell’Ucraina.

I rifugiati. E come in ogni guerra, anche qui in questo angolo di Europa, la gente scappa. Cerca rifugio altrove, in un posto sicuro. Le cifre sono ancora tutte da verificare. L’agenzia “Risu.org” dice che 15mila persone hanno lasciato la città di Donetsk. Don Gregroriy racconta che a Sloviansk vivevano 100mila persone ed ora ne sono rimaste appena 5mila. Il consigliere del ministro degli Interni dell’Ucraina Zoryan Shkiryak ha annunciato che le forze di sicurezza dell’Ucraina stanno organizzando nel nord della regione di Donetsk, nei pressi di Krasny Liman, un corridoio umanitario per poter permettere ai civili di lasciare le zone. Il governo sta attrezzando in questi giorni anche punti di accoglienza per i profughi e stilando liste.

La Chiesa vive a fianco della popolazione. A Sloviansk il parroco polacco non è più riuscito a rientrare in città. A Lugansk e a Donetsk i parroci sono ancora tutti lì. A Kharkiv, la situazione per ora è tranquilla. Ma le notizie e le allerte dei servizi segreti fanno vivere la popolazione in continua tensione. Le messe vengono normalmente celebrate. È la preghiera la forza di questa gente. A Dontesk credenti di diverse chiese pregano ogni giorno nel centro della città per la pace e l’unità dell’Ucraina. Una “maratona” di preghiera che il 12 giugno scorso ha celebrato il centesimo giorno con la partecipazione di 80 persone, presenza eccezionale vista la pericolosità di una iniziativa simile. Ora sul luogo di preghiera è stata allestita addirittura una tenda che il pastore protestante Sergey Kosiak, definisce sulla sua pagina Facebook “un segno di speranza per la città”. A Kharkiv l’appuntamento è in piazza Indipendenza ogni giorno alle 7 di mattina, sotto l’imponente statua di Lenin. Anche qui si prega per la pace e l’unità del Paese. E anche qui si prega insieme: cattolici, ortodossi, protestanti. Al suo ingresso in diocesi, le prime parole del vescovo mons. Stanislao Szyrokoradiuk sono state “un appello di preghiera per la pace e un appello al digiuno perché la nostra forza è Dio e non sono le armi”.

 

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