Oggi, davanti a una Corte d’appello di Londra, si discute il caso del piccolo Alfie, ventuno mesi, colpito da una malattia neurologica degenerativa. I genitori Kate James, 20 anni, e Tom Evans, 21 anni, hanno presentato nelle scorse settimane un appello contro la sentenza  del  giudice Hayden, che ha accolto, in nome dell’Alta Corte di Londra, la richiesta dell’ospedale pediatrico Alder Hey, di Liverpool, di sospendere la respirazione artificiale del bimbo, considerata dai medici una forma di accanimento “inumano e ingiusto”.

E non è l’unico bimbo, attualmente, su cui l’Alta Corte del Regno Unito ha espresso un vedretto nefasto. A fine gennaio essa ha dato il via libera pure al King’s College Hospital di Londra per la sospensione del supporto vitale al piccolo Isaih Hasstrup.

Sembra di assistere nuovamente alle ore drammatiche e agli esiziali contorni della vicenda del piccolo Charlie Gard, il neonato inglese che subì “accanimento tanatologico” da parte del Great Ormond Street Hospital di Londra, da tre differenti Corti inglesi, di diverso grado, e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Medici e giudici si comportarono da “demiurghi-superbi”, agendo contro l’interesse di Charlie dei suoi genitori, e violando di conseguenza la dignità della persona e la potestà genitoriale.

La loro è – come lo è stata quella per Charlie – una battaglia di civiltà, che riguarda non solo i loro figli, bensì pure ogni persona che si trovi o possa trovarsi in condizioni delicate; per la difesa della fondamentale potestà genitoriale.

Nella vicenda particolare degli Evans, vi dovrà anche essere la reazione contro la strumentalizzazione delle parole del Santo Padre. Sì, nella sua sentenza, per sostenere la propria decisione, il giudice Hayden ha citato – come riferito sul sito LifeSiteNews – la lettera scritta da Papa Francesco a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, il 7 novembre scorso, a margine di un convegno internazionale tenutosi in Vaticano sul fine vita. Il togato ha compiuto tale atto perché la famiglia Evans è cattolica; perciò, egli ha citato il seguente brano:

«Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali” (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278).

Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano».

Passaggio che il giudice Hayden ha usato per giustificare la propria decisione di togliere la respirazione artificiale ad Alfie: «Sono convinto del fatto che il supporto per la ventilazione continua non sia più nell’interesse di Alfie». Però, tale “convinzione” è un male a cui la lettera papale per monsignor Paglia non offre alcun sostegno. Certo, il Santo Padre lo rifiuta e mai potrà accettarlo. Allo stesso tempo, se dalla Segreteria di Stato Vaticana e dalla Pontificia Accademia per la Vita, si levassero parole chiare in grado di rompere il silenzio in cui sono avvolte, di ribadire la posizione unica e originale pro-vita della Chiesa e fugare ogni interpretazione tendenziosa e capziosa, sarebbe un bene per tutti, per gli Evans in primis.

A parte la questione appena espressa, e tornando a quanto si diceva più sopra, i piccoli Alfie e Isaih (come Charlie) si ritrovano nelle mani dei magistrati inglesi, che per legge si sono attribuiti il controllo prioritario, in barba alla potestà genitoriale dei loro genitori. D’altronde, sono i giudici di uno dei sistemi liberali costituzionali in cui si sono sviluppati di più l’evoluzionismo sociale eugenitico e i diritti nemici dell’uomo, come il divorzio; leggersi le opere di Chesterton per capire. In questo modo, la dignità e l’importanza della persona scompare e lo Stato diventa l’unica entità in grado di giudicare chi sia degno di vivere e chi non lo sia. Questo sistema tirannico è una consegunza della “cultura mortifera” che bisogna combattere, usando primariamente la Preghiera, l’intelligenza e il cuore. Sarà cosa assai fruttuosa procurarsi subito buone letture e cercare autorevoli maestri, come il cardinale e bioeticista di fama internazionale Elio Sgreccia, il quale sul sito Il Dono della Vita aveva spiegato con chiarezza per quali motivi si doveva salvare Charlie e quali problemi sollevava la decisione di ucciderlo; motivi e problemi che valgono anche ora. Qui di seguito alcuni passaggi:

L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da un male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore. E Charles rappresenta paradigmaticamente l’esempio di chi ha diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia, che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato.

Il diritto ad essere continuativamente oggetto, o meglio ancora, soggetto delle attenzioni e delle cure da parte di familiari e non, risiede nella dignità di cui una persona umana, anche se neonata, malata e sofferente, mai cessa di essere titolare. È l’essere sostanziale dell’uomo e le sue potenze che fondano questa dignità, non solo le sue concrete ed accidentali attualizzazioni. Questo è quello che si intende per “dignità puramente ontologica della persona”, uno status che prescinde completamente dalla facoltà di utilizzare attivamente le facoltà squisitamente proprie di un essere razionale, bastando che le stesse esistano come potenzialità attuali ed eventualmente attuabili dell’essere razionale medesimo.

L’alimentazione-idratazione artificialimediante sondino naso-gastrico, in nessun caso potrà considerarsi come terapia. Non è tale per l’artificialità del mezzo usato per somministrarla, dato che non si considera terapia dare il latte al neonato con l’ausilio di un biberon. Non è tale per i processi per mezzo dei quali vengono prodotti questi alimenti, dacché non si considera terapia il latte in polvere, per esempio, la cui produzione ugualmente risente di un procedimento industriale lungo e completamente meccanizzato. Non lo è per il fatto che la sacca parenterale viene prescritta da uno specialista medico, visto che lo stesso acquisto del latte artificiale è subordinato a prescrizione medica del pediatra. Acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente

Nella trasparenza delle posture schizofreniche implicate da questi nuovi paradigmi culturali, si può cogliere l’ambivalenza di chi, nel rivendicare la libertà di accesso totale ed indiscriminata all’eutanasia, basandola sull’esclusivo predominio dell’autonomia individuale, nega allo stesso tempo quell’autonomia decisionale in altri casi, come quello in esame, dove si ritiene che siano legittimati a decidere i soli medici, senza coinvolgimento alcuno dei genitori. L’ambivalenza di chi pensa sia giusto che i medici versino nella condizione di poter elargire ancora un margine di tempo ai genitori per consentire loro di elaborare il distacco dal figlio, permettendogli così di permanere in sua compagnia, e non pensa invece a quanto lo necessiterebbero le madri surrogate che vengono deprivate dei loro feti, subito dopo la nascita, per assecondare i desideri dei relativi “locatori di ventre”. L’ambivalenza di chi pensa a tutelare la dignità della vita di un soggetto, negandogli la vita stessa, che è il fondamento principe non solo della dignità dell’uomo, ma di ogni altro riconoscimento che possa essere fatto a suo favore. L’ambivalenza di chi si batte per la difesa giudiziaria, istituzionale, internazionale dei diritti dei più deboli, nella cornice di ordinamenti democratici, e poi accetta di buon grado di veder legalizzata o giuridicizzata l’eutanasia, praticata finanche sui più piccoli, sui più deboli, sui più bisognosi.

 

Tenere a mente ciò è il miglior modo per rimanere certi che il male non ha mai l’ultima parola. Inoltre, i miracoli sono sempre possibili, come dimostrano le donazioni che in molti hanno fatto, tra cui Bill Kenwright, produttore, attore teatrale e presidente della squadra di calcio dell’Everton, agli Evans per garantire il ricorso in appello; come dimostra il caso della piccola Marwa Bouchenafa, bimba di 16 mesi colpita da un virus fulminante, incosciente, paralizzata e mantenuta in vita artificialmente in un letto d’ospedale a Marsiglia; caso che nel marzo scorso ha visto il Consiglio di Stato francese esprimere un verdetto positivo per lei e i suoi genitori, contro la richiesta delle autorità sanitarie locali di interrompere i trattamenti per lei.

Daniele Barale