Una riflessione sulle dinamiche del potere «La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi», scriveva l’insuperato Indro Montanelli. Servi che spesso, prima di avere l’occasione di zerbinarsi al padrone di turno, decantano ai quattro venti la loro autonomia. In ambiti e proporzioni diverse (dal globale al locale, fino al “localississmo”), in ogni tempo e luogo si perpetua questa perversa dinamica che incurva l’uomo al cospetto del padrone di turno.
«Certo, signor direttore. Venga pure. Sarà un onore per me servirla. Lo vuole per domani? Sarà pronto per questa sera!»
E il padron-direttore, che è tale perché ha saputo fare i suoi calcoli, sa che l’umiliazione del servo aumenta il suo potere. Ai più insistenti scucirà qualche centesimo (ma pochi, perché chi si mette in vendita prima o poi si mette in saldo). Ai più fragili manderà i suoi emissari che basteranno e avanzeranno.
D’altro canto raramente l’aspirante servo sa che il suo zerbinaggio porterà a lui pochi benefici e tanti vincoli. E nemmeno sa che, a conti fatti, non ne vale la pena. Non dico su un piano morale, ma su un piano strettamente economico. Non è un “Do ut des” ma un “Do” e basta.
Molto più vantaggioso – non dico su un piano morale, ma su un piano strettamente economico – dare una mano al debole e al povero che opera magari anche per una giusta causa (pensiero che raramente sfiora il padron-direttore). Mal che vada si sarà guadagnato qualcosa in dignità e amor proprio.

P.R.