A proposito dei Maya e della fine del mondo Dobbiamo occuparcene o lasciar perdere? C’è solo da sorriderci su e farci dell’ironia? Oppure c’è chi se ne fa contagiare e può riportarne qualche strana apprensione? Beh, sì, stiamo parlando di queste date fatidiche che animano l’immaginario non proprio collettivo circa la fine del mondo, preconizzata imminente per dicembre, stando alla stravagante profezia del Maya su cui tanti cianciano e scherzano. Ma non vogliamo soffermarci più di tanto su queste previsioni da strapazzo. Eppure, al di là della gran confusione che circonda questi dintorni più o meno intriganti, con le fantasie che salgono in cattedra e si inalberano a briglia sciolta, resta un dato di mistero sull’oltre, sul dopo, sulla fine che non si può bypassare come se nulla fosse. Coraggiosamente, attingendo alle pagine del Vangelo di queste domeniche a scavalco dell’Anno liturgico, anche il Papa se n’è occupato nell’Angelus, con spunti nitidi ed efficaci, ricordando come Gesù stesso non abbia mai indossato le vesti di chi svela gli arcani o fa l’indovino, ma abbia sì “utilizzato immagini e parole riprese dall’Antico Testamento”, riordinandole – pur nella loro complessità che appare talora enigmatica – però attorno ad “un nuovo centro, che è Lui stesso, il mistero della sua persona e della sua morte resurrezione”. Insomma non si è più in balia di favole, superstizioni, aruspici, calcoli fasulli ma si è ancorati ad un punto fermo e vitale della storia, che è il Signore, il Vivente, “Colui che non muore più”.Ciò che attende, al di là, resta indubbiamente – per dirla con Benedetto XVI – “un avvenire che supera le nostre categorie”, ma pure il Figlio di Dio, nella sua condizione di morto e risorto, spiazza le nostre logiche consuete, per aprire su una pienezza tutta da scoprire ed assaporare. Però il risorto il mattino di Pasqua è Colui che ha camminato sulle strade degli uomini, fratello fra fratelli, congiungendo “il presente ed il futuro”. Il senso pieno della storia parte appunto da Gesù di Nazareth finito in croce tra i malfattori per fare spazio poi al “Figlio dell’uomo che viene sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”.
Certo, le nostre parole possono incepparsi, di fronte al mistero dell’oltre e della fine. Ma possono anche cedere il passato a Colui che è la Parola che salva ed illumina. E’ comprensibile che vogliamo saperne di più, non solo in termini di curiosità banale, ma in ragione della posta in gioco che è decisiva. Ci deve bastare invece la Presenza non inquietante ma consolante del Signore che attraversa ogni sconvolgimento del mondo. Ci è sufficiente, oltre la fragilità degli eventi che ci logorano, la certezza nella fede che il Signore non viene meno, “le sue parole non passeranno”. Le nostre, sì, lasciano forse il tempo che trovano. Ma Lui, che è la Parola fatta carne, non è intaccato dalla precarietà del tutto. Anzi fa appello alle nostre fragilità perché le uniamo, perché ci mettiamo al fianco, perché, in Lui, ci salviamo insieme. Insomma i Maya non ci interessano proprio per nulla. Ci conquista invece il Signore che è meta da raggiungere e strada in cui camminare. Che è mistero da cogliere e compagnia di cui profittare. Che è l’oggi da interpretare ed il domani in cui finire. Non abbiamo bisogno di cabale. E’ tempo perso inseguirle. Mentre ci resta solo da rimetterci in pista, con calma, come credenti che sanno a Chi guardare, adesso e poi.

Corrado Avagnina Un calendario maya