Intervista ad Antonella Rizzuto, medico presso l’Ospedale civile di Pinerolo Antonella Rizzuto è medico nefrologo presso l’Ospedale civile di Pinerolo dal 1988; dirigente medico nel reparto di nefrologia-dialisi dal 1995. Ha conseguito un master in Bioetica con una tesi su “Dovere di cura ed accanimento terapeutico in dialisi” e un master in Scienza e Fede con tesi sul rapporto tra evoluzionismo e fede.

Nefropatici, dializzati, trapiantati: che cosa comporta per un medico seguire pazienti cronici?
Il paziente cronico è un paziente molto complesso sia dal punto di vista medico che umano. In particolare i nefropatici, dializzati e trapiantati anche nell’ambito della cronicità si possono considerare dei pazienti a sé stanti. Per il nefrologo che segue questi pazienti, si viene a stabilire un rapporto molto stretto non solo dal punto di vista medico, visto il carattere impegnativo della malattia, ma soprattutto dal punto di vista umano. Consideriamo ad esempio un paziente con una nefropatia evolutiva che deve sottoporsi a controlli periodici e sulla cui testa incombe la spada di Damocle della dialisi. Sicuramente non basta seguire l’evoluzione della malattia ma occorre incoraggiarlo e dargli speranza. Se poi la dialisi diventa inevitabile il paziente va seguito clinicamente, sostenuto psicologicamente e spesso bisogna farsi carico dei suoi problemi familiari, lavorativi ed affettivi al fine di non rendergli la malattia particolarmente gravosa e di permettergli una buona riabilitazione. Poi c’è l’attesa del trapianto e quando questo avviene, anche se il paziente migliora nettamente l’autonomia e la qualità di vita, il nefrologo continua a seguirlo adeguando la terapia immunosoppressiva e la terapia di sostegno e ridimensionando le eventuali paure legate al fallimento del trapianto. Tra il nefrologo e il paziente si instaura un rapporto che dura tutta la vita e che richiede da parte del medico comprensione, pazienza, perseveranza. Tuttavia, se è vero che il medico dà tutta la sua disponibilità, è pur vero che riceve da questi pazienti moltissimo da un punto di vista umano. A volte basta un loro sorriso, vederli sereni, per essere ripagati dell’impegno sostenuto. Lei in questi ultimi anni si è interessata di bioetica. Perché un medico che lavora, quindi con orari pesanti, si premura di aggiornarsi e frequentare corsi di bioetica? L’anno scorso ho iniziato un corso di Bioetica presso la Facoltà teologica di Torino perché avevo bisogno di dare una risposta ad alcune problematiche etiche soprattutto per quanto riguarda il fine vita. Secondo me la medicina tecnologica ha perso di vista l’umanità del malato. Spesso si guarda al paziente come ad una macchina rotta da riparare e si dimentica l’aspetto integrale della persona e il contesto generale. Vi è pertanto la necessità di ritornare ad un’umanizzazione della medicina. Certo seguire i corsi è stato impegnativo dal momento che la nostra equipe è poco numerosa e ciò ha significato un aumento dei turni. Ma ne è valsa la pena.
Che cosa pensa del disegno di legge presentato in Parlamento sul testamento biologico?
Il 12 luglio è stata approvata alla camera la legge sulle DAT (direttive anticipate di trattamento) che indica quali tipi di trattamento il cittadino è disposto ad accettare in caso di stato vegetativo. Sono esclusi dalle DAT l’idratazione e la nutrizione e questo mi sembra giusto. Fin dagli albori della tradizione morale cattolica, idratazione e nutrizione sono considerate cure ordinarie e quindi moralmente dovute.
Quando e chi deve dire basta a una vita?
Questo è uno degli aspetti più spinosi del fine vita ed è necessario premettere che ogni caso è un caso a sé ed andrà valutato sul momento. In linea di massima un trattamento impegnativo e sofisticato (es. la dialisi) non dovrebbe essere intrapreso quando non aumenta significativamente l’aspettativa di vita del paziente, non gli reca alcun beneficio e gli peggiora la qualità di vita residua. Per quanto riguarda la sospensione è molto più difficile prendere una decisione. Nel nostro settore nei pazienti terminali riduciamo la frequenza delle sedute dialitiche fino a sospenderle quando sono francamente agonici. Per quanto riguarda, invece, la responsabilità della sospensione di un trattamento come la dialisi non si può attribuire solo al medico, nel qual caso si tratterebbe di paternalismo medico, né al solo paziente, nel qual caso si tratterebbe di esclusiva autonomia del malato, ma ad entrambi, o meglio deve trattarsi di una valutazione globale fra medico e paziente(se ancora competente) o i familiari in caso contrario. Insomma deve esserci un’alleanza terapeutica.
Quando è cura e quando accanimento terapeutico?
È cura quando c’è aspettativa di vita, quando le condizioni di vita migliorano, ma è cura anche quando non c’è guarigione come nei malati cronici che non guariscono ma che devono, con le cure, convivere al meglio con la loro malattia. Infine è cura anche l’accompagnamento alla morte di un malato terminale. In questo caso le cure consistono non solo nel lenire le sofferenze ma anche nell’ascoltare il malato e nel confortarlo. L’accanimento terapeutico è l’ostinarsi a curare con mezzi sproporzionati una malattia evoluta allo stadio terminale e non più suscettibile di miglioramento o stabilizzazione.
I pazienti in dialisi chiedono di morire?
Purtroppo a volte capita di ascoltare pazienti che manifestano idee di morte. In genere sono i pazienti anziani e soli a volte con un vissuto tormentato alle spalle che vedono in un trattamento così ripetitivo un ulteriore motivo di disagio. Spesso, tuttavia, si tratta di una reazione alla malattia, di un bisogno di essere ascoltati. È la solitudine e l’abbandono che rendono il paziente fragile e vulnerabile psicologicamente, ecco perché il ruolo del nefrologo e del personale che opera nei centri dialisi deve superare l’aspetto puramente tecnico e caricarsi di umanità e comprensione.
Quale surplus offre la fede nel lavoro di un medico?
Un surplus notevole, almeno per me è così. Certo non si può generalizzare, ci sono ottimi medici non credenti. Se si pensa che quella persona che soffre domani potresti essere tu o qualcuno dei tuoi familiari e che tutti siamo una grande famiglia umana, forse è più facile comprendere la sofferenza. Inoltre, in un settore così impegnativo come quello dei malati cronici, occorre veramente avere una marcia in più in pazienza e dedizione. Cosa non facile se non si dà un senso alla sofferenza e al sacrificio. In quest’ottica la fede può aiutare molto ad affrontare le inevitabili difficoltà che si presentano nella cura di questi pazienti.

Cristina Menghini Descrizione dell'allegato