Dal rischio nucleare alla nuova economia global, passando per le turbolenze nel Mediterraneo. Se già riesce così difficile a molti guardare all’Italia al di là della propria provincia, figuriamoci che cosa dev’essere pensarla sull’orizzonte europeo ed oltre.
Eppure la storia dell’Italia è stata gran parte della storia dell’Europa, a lungo il centro da cui si è irradiata nel continente una cultura del diritto prima e del bello poi, in un intreccio proseguito nei secoli con alterne vicende, spesso mortificate dalla miopia del potere politico, e riemerse grazie ad un “genio” italiano duro a morire.
Mentre si compiono, non senza fatica e qualche rischio di arretramento, i 150 anni del percorso unitario italiano, qualcosa di simile sta accadendo con il sessantesimo compleanno dell’unità europea, un cantiere aperto con la creazione, il 18 aprile 1951, della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, culla di quella che sarebbe poi divenuta la nostra Unione Europea di oggi.
Per l’Europa, come per l’Italia, un anniversario un po’ sottotono, celebrato spesso di malavoglia da classi politiche senza grandi visioni di futuro, in una stagione della storia ricca di sconvolgimenti, con le giovani generazioni inquiete per il loro futuro e quelle più anziane che sembrano assistere impotenti all’erosione di valori che ne informarono la vita.
Scorrono così intrecciate in una sola avventura due storie di integrazione, entrambe incompiute e alle prese con una globalizzazione che dovrebbe rafforzarne il ritmo e la coesione e non, come sembra accadere, soffocarne lo slancio e farne arretrare le ambizioni.
Nemmeno un evento drammatico come la recente devastazione del Giappone, l’insorgere potente di una potenza mondiale come la Cina o, a due bracciate da casa nostra, le rivolte che sconvolgono la sponda sud del Mediterraneo sembrano dare fiato e consistenza al bisogno di unità di un continente che dal dopoguerra ha perso ruolo politico nel mondo e di un Paese, il nostro, che da troppo tempo va scivolando verso i margini dell’Europa, aggiungendo deriva a deriva.
Non potranno fare molto l’Europa e l’Italia per alleviare le sofferenze del Giappone: se almeno imparassero un “principio di precauzione” a fronte dei rischi del nucleare e tornassero a riflettere al futuro della politica energetica.
Alcuni primi segnali già arrivano: in Germania la Merkel ha immediatamente annunciato la chiusura di tre centrali, l’Austria ha chiesto e ottenuto dal Consiglio dei ministri dell’UE un controllo a tappeto in Europa, la Svizzera ha bloccato le procedure di autorizzazione di nuove centrali, in Gran Bretagna il governo prevede di aprire un’inchiesta per trarre insegnamento dall’incidente nipponico, persino Sarkozy ha espresso dubbi sul futuro dell’industria nucleare francese.
Solo in Italia il governo è ostinatamente arroccato sulle sue posizioni pro-nucleare e mantiene sospese le misure in favore delle energie alternative. C’è da sperare che almeno la lezione serva perché si applichino con serietà, nel rispetto della legalità, le regole sperimentate per costruzioni antisismiche in grado di evitarci tragedie come quella de L’Aquila, sempre in attesa di ricostruzione.
Qualcosa di più potrebbe fare l’Europa, e insieme ad essa l’Italia, per rispondere alle sfide della nuova economia globale: raccogliendosi unita attorno alla sua moneta, con un governo comune dell’economia, ripetendo il miracolo della ricostruzione di cui fu capace negli anni ’50 quando mettere in comune, tra i belligeranti di sempre, carbone e acciaio aveva tutta l’aria di una scommessa folle. Anche allora era in gioco il futuro della politica energetica a sostegno di un’economia in difficoltà: la scelta del coraggio fu premiata e potrebbe servire da lezione anche oggi.
Molto dovrebbe fare l’Italia, insieme a chi ci sta in Europa, per riconquistarsi un ruolo nel Mediterraneo, adesso che la domanda di libertà di giovani generazioni ci ha riportato, nel bene e nel male, al centro di questo pezzo non indifferente di storia.
Neanche qui sarà facile, troppi sono gli interessi contrastanti, molti i furbi – tra loro francesi e inglesi – che si fanno campioni dei diritti umani con a fianco la tanica pronta per raccogliere il petrolio; né l’Italia, prima con la sua disgraziata storia coloniale e poi con le ultime sceneggiate, ha una grande capitale di credibilità da giocarsi in Libia.
Non è un motivo per non provarci, facendo valere la nostra posizione geostrategica nel Mediterraneo, richiamando l’Europa a porre attenzione alle sue frontiere meridionali dopo avere tanto, e giustamente, investito verso quelle orientali.
Auguri quindi all’Italiaeuropa, due storie complesse raccolte in una sola parola, tanti popoli con un unico destino alle prese con le grandi sfide del futuro.

Franco Chittolina Un'immagine dal Giappone, messo in ginocchio dal terremoto dell'11 marzo.