Dal 25 aprile al 1 maggio Festeggiamo la Liberazione che fa ricordare anche agli smemorati od ai distratti che in questi 67 anni abbiamo vissuto una libertà ed una democrazia (sia pure con tanti alti e bassi) che ci sono state restituite da chi si oppose alla dittatura fascista ed all’occupazione tedesca. Per questa libertà e per questa democrazia, a partire dal ’48, il nostro Paese si è dato una Costituzione che resta un punto fermo, soprattutto nella sua prima parte, a cui rifarsi senza campo. Ma sono proprio le prime parole della nostra Carta fondamentale (“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) che oggi ci stanno spiazzando. Infatti quel “lavoro”, valore di fondo, valore comune, valore condiviso e dignitoso, sta riducendosi, sta venendo meno, sta trasformandosi e magari perdendosi. Così, dopo la liberazione, il calendario ci conduce a festeggiare il lavoro, il prossimo primo maggio, entro un groviglio di contraddizioni, di apprensioni, di affanni. Al punto che realisticamente c’è da concludere: sul lavoro, oggi, c’è ben poco da festeggiare! La crisi sta mordendo forte, infatti, sul terreno dell’occupazione. La precarietà sta diventando un parametro sempre più diffuso, con tutte le incertezze che si porta dietro per le nuove generazioni sempre in sospeso su un lavoro che non dà molte garanzie per il futuro. Di questa condizione “fragile” sta scrivendo, con passione e competenza diretta, una ragazza precaria, sulle nostre pagine, nella rubrica “Vorrei avere mille euro al mese”. C’è di che riflettere.
Della angosciata preoccupazione dei lavoratori della “Graziano” in alta Valle Tanaro stiamo dando conto dettagliatamente, dovendo però registrare un nodo pesante che si stringe sempre più di frequente attorno a tante situazioni di occupazione: se una multinazionale ha deciso di tagliare, spostare, chiudere non sembrano esserci margini per discutere più di tanto. Così vanno le politiche aziendali in un mondo globalizzato. Non è un passo in avanti, anzi. Prendere o lasciare: è il dilemma secco. Qui il lavoro non è più “dignitoso” come raccomanda che sia Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. Finisce per essere una merce che si sposta senza troppi patemi, dimenticando che chi lavora è una persona, che ha una famiglia, ha una casa, ha dei legami.
Non mancano altre situazioni critiche che ogni tanto emergono nelle nostre cronache, a testimonianza di un momento praticamente allarmante per l’occupazione, appunto. Insomma il lavoro sta diventando un punto di debolezza anziché di forza.
Sul piano più generale – a parte la estenuante discussione sull’art. 18, con un punto di equilibrio ancora da vagliare – dà da pensare l’esercito crescente di lavoratori “inattivi” che vorrebbero un posto, ma non lo cercano più, che sono scoraggiati, disamorati, alla deriva, anche psicologica, senza speranza. Un risvolto sociale del tutto inedito, che mostra ancora di più il tenore acuto delle criticità che stanno intaccando anche gli animi delle persone oltreché le realtà materiali. Non sarà facile risalire la china, su questo versante di crollo totale.
Infine, nel lavoro che c’è ancora, rimangono almeno due ombre che oscurano ulteriormente la festa del primo maggio. Da una parte la tendenza ad offrire occupazione spezzettata, in orari impossibili, nei giorni di festa soprattutto; e dall’altra parte i rischi che si corrono in troppi frangenti lavorativi con gli infortuni dietro l’angolo ed in agguato, con malattie professionali non sempre scongiurate. Nel primo caso si bistratta la dimensione familiare che ne esce sconvolta, nel secondo caso è la vita a soccombere, ed è profondamente ingiusto e decisamente inaccettabile!
Insomma sembra imporsi una mobilitazione spassionata e convinta sull’emergenza lavoro, a partire dalla posta umana in gioco, per puntare poi ad una convivenza credibile in chiave sociale e civile, per scommettere infine sulla qualità del “lavorare” che non è secondaria, anzi… E’ l’ora di unire le forze, ma preoccupandosi in primis dei più deboli. Il momento è di una gravità che deve scuotere.

Corrado Avagnina