In un documento la Consulta diocesana delle associazioni laicali ribadisce il “no” all’eutanasia Riportiamo di seguito il documento elaborato dalla Consulta diocesana delle associazioni laicali a proposito delle cosiddette “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” o “testamento biologico”. Si tratta di un testo nato a seguito di un serio e prolungato confronto su una tematica delicata perché riguardante la vita e il suo valore.

Punto di riferimento per un vasto ventaglio di correnti di pensiero per le questioni del “fine vita” è il dovere del duplice rifiuto dell’eutanasia, da un lato, e dell’accanimento terapeutico dall’altro. Va però evitato di presentare come “rinuncia all’accanimento” azioni od omissioni che invece costituiscono un percorso che conduce di fatto all’eutanasia. Se le cosiddette “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” (DAT) fossero regolate per legge, i contenuti dovrebbero permettere il solo rifiuto dell’accanimento terapeutico senza legittimare pratiche di eutanasia in qualsiasi forma, o nascosta sotto qualsiasi nome, anche se richieste da un documento scritto del futuro paziente, con una decisione presa in relazione ad un futuro immaginato, di cui non si possono prevedere tutte le condizioni. Anche se la legge dichiarasse possibile un testamento biologico, bisogna assolutamente evitare di alimentare l’idea che sia accettabile ed accettato un presunto “diritto di morire” posto sullo stesso piano del diritto di vivere. Insigni giuristi hanno dichiarato che non esiste un diritto a morire paragonabile al diritto di rifiutare cure mediche, tutelato invece dall’articolo 32 della Costituzione. La vita è un bene qualitativamente diverso da ogni altro.
Siamo oggi di fronte ad una china estremamente pericolosa: la legge sulle DAT, che in un primo momento si presenterebbe come affermazione del massimo di libertà, potrebbe evolvere prima nell’idea di un “diritto/dovere”, poi di un “dovere” di morire quando le prestazioni della persona si ponessero al di sotto di determinati standard di rendimento. Verso la fine di febbraio è stata avanzata un’ipotesi che consentirebbe l’infanticidio da parte dei genitori di chi è già nato: è la disumana prosecuzione del ragionamento che consente di abortire un feto in quanto non sarebbe ancora una persona umana. È la stessa logica che potrebbe portare a tagliare fuori ed escludere di volta in volta portatori di handicap, malati psichici, persone sofferenti a causa della miseria e con scarsa capacità di stabilire relazioni.
Se si dimentica la diversità dell’uomo rispetto ad ogni altro vivente, tutte le derive sono possibili, fino a selezionare in base a criteri politici ed economici chi è ancora utile e può continuare a vivere e chi deve essere eliminato in quanto peso per la società. La dignità della persona consiste nella sua identità di essere umano e non viene mai meno. Un vero “no” all’eutanasia, scaturito da un autentico rispetto della vita, si accompagna sempre all’impegno per lo sviluppo di tutte quelle strade (terapie proporzionate ed ordinarie, accompagnamento psicologico, assistenza domiciliare, cure palliative, con particolare riguardo alla terapia del dolore) che permettano alle persone con gravissima disabilità di vivere ricevendo assistenza adeguata, ed ai malati terminali di trascorrere quanto più serenamente possibile l’ultimo tratto dell’esistenza.
Se non si vigila adeguatamente, oggi l’umanità rischia che si diffonda un clima culturale in cui si creino di fatto pressioni in senso eutanasico verso i più deboli e indifesi ed i sanitari che li curano. Nella legislazione non sono mai da inserire elementi contrari ai diritti umani ed alla giustizia: l’ingiustizia rimane tale anche se approvata con procedure democratiche. Fondare la legislazione sul “diritto di vivere” – diritto umano oggettivamente esistente – è l’unico modo per evitare che la soppressione legalizzata di qualcuno, magari circoscritta e percepita in buona fede soggettiva come pietoso aiuto a non soffrire, crei dei precedenti che possano condurre ad attaccare ogni forma di umana fragilità.

Enzo Gastaldi
Referente Per la Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali