1 maggio 2014

 

Questi anni di crisi pesano. Sempre di più. Perché picchiano duro sulle fasce più deboli. Sulle famiglie. Sui giovani.

Il lavoro manca per tanti e per tanti motivi. E diventa difficile celebrare il 1° maggio.

Da festeggiare – fatta eccezione per quanti da questa situazione hanno tratto, traggono e continueranno a trarre vergognosi vantaggi – c’è davvero poco.

A voler proprio scavare sul fondo, si può cogliere forse un unico aspetto positivo: quello di aver recuperato, almeno da parte di qualcuno, una certa etica del lavoro. E non perché la si è voluta ritrovare ma perché lo stato delle cose ce l’ha sbattuta violentemente in faccia.

Il lavoro, inteso come “posto” dove parcheggiare il proprio peso corporeo a fronte di consistente e irremovibile stipendio, non è più cosa accettabile. Se fino a qualche anno fa si poteva anche far finta di niente, ora ignorare situazioni del genere implica cattiva fede. Dirigenti, direttori e presidenti scaldasedie e inccassassegni non sono più graditi. Ma nemmeno collettini bianchi o tute blu perdigiorno, insuperabili nell’arte dell’imboscamento e della mutua facile.

Perché il lavoro è una cosa seria. Da prendere seriamente. Da svolgere seriamente. Perché il lavoro è responsabilità verso gli altri. Verso il proprio paese. E anche verso la propria azienda, pubblica o privata che sia.

Chi un lavoro e uno stipendio ce l’ha, oggi – soprattutto oggi – non può ignorare questa dimensione sociale.

Almeno per rispetto a chi un lavoro – e di conseguenza un dignitoso stipendio – non ce l’ha.

Patrizio Righero

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