Il cane è l’animale più fedele, si dice. Le ragioni di questa affezione risalgono addirittura al neolitico quando l’uomo, che stava abbandonando il suo nomadismo, iniziò l’addomesticamento del nuovo amico a quattro zampe. Da allora molti sono stati gli animali che, in tutte le culture, hanno accompagnato l’avventura dell’uomo: gatti, cavalli, falchi…

L’uomo, poi, ha continuato ad allevare animali non solo come fonte di cibo ma anche per avere un amico a cui confidare un segreto che non tradirà mai…

Recentemente è stato accertato che gli animali possono essere molto utili anche per curare alcune patologie.

Certo non vedremo mai Fido con stetoscopio e camice bianco ma il quadrupede può aiutare a migliorare la qualità della vita di molti pazienti. I cani per i non vedenti sono solo uno dei tanti esempi. È dimostrato da tempo che per i diabetici il contatto con l’animale aiuta a tenere sotto controllo i livelli glicemici. I bambini autistici, poi, riescono a stabilire relazioni positive con gli animali. Alcuni ospedali privati recentemente si sono attrezzati per creare il loro piccolo ”zoo” per poter migliorare la degenza dei propri pazienti.

Così nascono i reparti di pet therapy.

 

Alberto Badellino, classe 1963, è un istruttore cinofilo e operatore di pet therapy da 10 anni circa; è responsabile del centro “La Luna di Elsa” di Abbadia Alpina.

Che cos’è la pet therapy?

La pet therapy è una co-terapia che non sostituisce nessuna terapia farmacologica ma si affianca ai percorsi già esistenti, come la musicoterapia. Cioè va in aiuto a terapie già esistenti in ambito riabilitativo e psicologico.

Quale è il compito dell’operatore?

L’operatore di “pet” è colui che si interfaccia e coordina l’interazione tra il cane e fruitore.

Quali sono le patologie che cura con maggiore efficacia.

Certamente riabilitazioni motorie e psicologiche.

Qual è la tipologia degli utenti?

Soprattutto ragazzi e i bambini diversamente abili e bambini con malattie prolungate ma anche anziani.

Come avviene una seduta di pet therapy?

Esistono tre diversi tipi di intervento indicati con altrettante sigle: a.a.a (attività assistita); t.a.a (terapia assistita), ed e.a.a (educazione assistita).

Nelle a.a.a gli interventi sono ludici e durano un’ora circa, con un gruppo di fruitori e con la presenza dell’operatore di pet e uno o due cani.

La t.a.a di solito è un rapporto con un solo fruitore; oltre all’operatore di pet e il cane c’è la figura medica.

Le e.a.a., infine, si fanno in campo educativo (scuole, etc.).

Quanto dura un’intera cura?

Non la chiamerei cura ma percorso di affiancamento e non si può dire quanto…

Ci sono diversi approcci a seconda delle problematiche e degli utenti?

Assolutamente sì! Le patologie sono tante soprattutto nella disabilità e l’approccio e il tipo di cane deve essere variato in modo che il fruitore si senta il più possibile più a suo agio.

Quali sono i rapporti con il servizio sanitario pubblico?

La pet therapy viene “prescritta”?

Se ne parla sempre in campo medico di pet ma al momento non viene ancora prescritta. Qualcosa, però, si sta muovendo.

Quali sono gli sviluppi e il futuro della pet-therapy?

Sono moltissimi e questo mi spaventa perché ultimamente molti si stanno improvvisando operatori solo per denaro e lavoro, senza pensare che si possono fare molti danni soprattutto quando sono coinvolti dei ragazzi e persone fragili.

Quant

i animali e quanti utenti accedono nel tuo centro di Abbadia?

Ci sono circa dieci cani di cui cinque miei. Persone al momento non ne accedono moltissime. Siamo in fase di sviluppo e l’80 % delle attività vengono svolte presso strutture esterne.

Quali sono le patologie più seguite?

Riabilitazione motoria, autismo, bulimia e anoressia.

Ci racconta un episodio significativo?

L’episodio che viaggia sempre con me è quello di un ragazzino di 14 anni, Mattia, seguito in ospedale con la pet therapy. Era uscito dai suoi problemi psicologici. In seguito mi ha seguito quasi fosse un mio assistente. Ma purtroppo ci ha lasciati. Il sogno di Mattia era quello di aiutare con la pet dei ragazzi che come lui avessero incontrato problemi in età giovanile.

Alberto, quali sono le soddisfazioni più grandi?

Le soddisfazioni più grandi sono quelle che mi porto a casa ormai da 4 anni (dal 2012) con il progetto “Angeli custodi a 4 zampe” attivo presso l’ospedale Regina Margherita.

 

Cristina Menghini

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