Il “Peñón de Guatapé” chiamato anche “è un magnifico monolito alto 220 m che sorge a 2137 m di quota. È situato nel comune di Guatapé (Colombia) in un’area di crescente interesse ambientale, vicino al magnifico lago Embalse del Peñol. Questo monolito isolato è stato scalato per la prima volta nel 1954, poi un gruppo di operatori turistici ha pensato bene di sfruttarne l’attrattiva facendo costruire un’inverosimile scala di 740 gradini dentro un’enorme frattura naturale della roccia. Ma lo scempio non si è limitato a questa scala che permette a molti turisti di valicarne la cima. La “Suceciòn Villegas”, così si chiama la società di gestione dell’impresa, ha installato sulla piattaforma sommitale un esercizio commerciale vero e proprio con tanto di belvedere. Una simile bruttura sulle Alpi l’abbiamo in cima all’Aiguille du Midi nel gruppo del Monte Bianco, ma almeno (magra consolazione) questo “scempio visivo” non scarica pericolosi detriti sugli alpinisti che si cimentano sulle sue vie di arrampicata. Questo è quanto è successo invece sul Peñón de Guatapé l’11 dicembre 2015 mentre alcuni scalatori erano impegnati su una via di arrampicata chiamata “El traverso de los halcones”. Sulle loro teste cadde una pericolosa quantità di materiale staccatosi dalla soprastante area commerciale e i poliziotti di Guatapè, invece di iniziare una procedura a favore dei free climbers per far mettere in sicurezza l’arrampicata in quel settore, hanno ancora preso le parti dell’esercizio commerciale vietando l’arrampicata. Dopo un’azione dimostrativa dei climbers che hanno bivaccato per quasi due mesi in parete, il problema rimane irrisolto.
Maria Alejandra Martinez, portavoce dell’organizzazione “Comisiòn de Derechos Humanos dell’Università di Antioquia”, ha iniziato questa dimostrazione creando un’associazione ad hoc. «Desidero che gli alpinisti italiani vengano a conoscenza del grave scempio creato dalla “Suceciòn Villegasche ha costruito in cima alla nostra montagna un obbrobrio – spiega Maria Alejandra -. Le foto che vi invio documentano la vita di tutti i giorni nel bivacco che ora siamo stati costretti a smantellare».

Lodovico Marchisio

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